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Gli Albi a difesa del segreto professionale

È difficile capire, quando si muove denaro, chi sta davvero dietro un'operazione. C'è sproporzione tra controllo e possibile illecito. Si potrebbe violare il segreto professionale, quindi la Costituzione. Troppi compiti investigativi per professioni che restano pur sempre «liberali». Sono i difetti delle norme antiriciclaggio vecchie e nuove (le prime in vigore da due anni, le ultime da domani) elencati dagli Ordini di notai, avvocati e commercialisti. Da quando è entrato in vigore il decreto legislativo 56/2006 che recepisce la seconda direttiva Ue sull'antiriciclaggio, i professionisti devono segnalare le operazioni se sospettano "lavaggio" di denaro sporco e, da dicembre, di piani terroristici. Da domani devono segnalare eventuali infrazioni perché si abbassa la soglia per la circolazione del contante, da 12.500 a 5mila euro.
Gli avvocati fanno presente che nel resto d'Europa i nuovi obblighi stanno creando problemi di costituzionalità. «Siamo favorevoli alla lotta al riciclaggio – dice Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense – ma due sentenze delle Corti costituzionali belga e francese hanno rilevato un contrasto tra segnalazione e segreto professionale. Anche se i primi dati dicono che i legali ne fanno sono pochissime (7 su un 174 segnalazioni fatte dai professionisti nel 2007 ndr), perché meno coinvolti, stiamo studiando un modo per rendere le direttive Ue compatibili con l'articolo 24 della Costituzione».
I notai guardano ai problemi che crea l'indagine sul cliente. «Siamo soddisfatti per l'alleggerimento degli oneri formali di raccolta dei dati rispetto al decreto 56/2006 – dice Cesare Licini, che si occupa di antiriciclaggio per il Consiglio nazionale del Notariato –. Con le nuove regole abbiamo però più difficoltà perché è complesso capire il titolare effettivo, cioè la persona a cui fa capo la situazione giuridica: non abbiamo né vorremmo avere poteri inquisitori». Anche perché, dall'altra parte della scrivania, ci sono «società fiduciarie ossessionate dalla segretezza».
I commercialisti vedono nell'imposta di bollo di 1,50 euro per ogni assegno libero «un eccesso di delega». Enricomaria Guerra, esperto della materia per il Consiglio nazionale riassume il malcontento così: «Il testo unico che raccoglierà le nuove norme è stato redatto senza aver ascoltato le nostre proposte. C'è troppa sperequazione tra oneri e onori: abbassare la soglia per assegni vuol dire che i commercialisti dovranno segnalare anche pagamenti cash da 5.100 euro. Non è nemmeno comprensibile perché in alcuni controlli ci sovrapponiamo alla Guardia di finanza. Adesso stiamo cercando un confronto e aspettiamo chiarimenti».
La lettura delle regole sulle operazioni frazionate diverge tra le categorie. «Al contrario dei notai, non crediamo che se si paga in più tranche e in contanti, una fattura superiore a 5mila euro ci sia infrazione», dice Guerra. I notai, invece, vorrebbero «un'interpretazione funzionale della norma»: «Se lo scopo è rendere tracciabile il pagamento, quando entra nell'atto notarile non ha bisogno di ulteriori controlli», osserva Licini.




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