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Strage alla Thyssen Krupp, che cosa rischiano davvero i dirigenti indagati

“Alcuni processi si fanno, non tutti cadono in prescrizione prima di arrivare alla sentenza. Credo che sarà così per l’eventuale procedimento a carico dei dirigenti della Thyssen Krupp”. Parola di uno dei magistrati solitamente pessimista sulla giustizia italiana. Dopo l’incidente nell’acciaieria torinese in cui sono morti quattro operai e altri tre sono rimasti gravemente ustionati, la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose. Tre dirigenti dell’azienda sarebbero iscritti nel registro degli indagati.

In Toghe rotte - La giustizia raccontata da chi la fa Bruno Tinti, procuratore aggiunto di Torino, prova a rispondere ad alcune delle domande più comuni sulla giustizia. E ne fa un quadro ben poco rassicurante. In cui il 95 per cento dei processi finisce con un nulla di fatto per decorrenza dei termini e le persone condannate per i reati più comuni, falso in bilancio, rapina, sequestro di persona, omicidio volontario, spesso sono liberi di compiere nuovi reati.

Finirà così anche questa volta? “Credo di no”, afferma Tinti, “alcuni processi si fanno e anche con tempi accettabili. Siamo davanti a un fatto di gravità tale che, se verranno accertate le responsabilità dei vertici aziendali, arriverà anche una condanna. La mia in questo caso più che una speranza è una certezza”. Ammesso che quei dirigenti vengano rinviati a giudizio e condannati rischiano una pena che solo sulla carta va oltre il decennio: “Al massimo 12 anni di carcere”, spiega il procuratore aggiunto.

Ma difficilmente il titolare di un’azienda responsabile della morte di un dipendente sul posto di lavoro, sconterà in carcere la pena per omicidio colposo: quelle condanne (in genere non superano i due o tre anni di reclusione) vengono azzerate dall’indulto. Altrettanto difficilmente l’azienda sborserà di tasca sua i risarcimenti per danni patrimoniali (il vitalizio alla famiglia), biologici, morali, psichici ed esistenziali ai parenti della vittima: i contratti assicurativi hanno massimali talmente elevati da garantire tutti i costi. In genere le assicurazioni, che a una piccola o media impresa costano tra i 3 e i 15 mila euro all’anno, garantiscono danni fino a un massimo di 5milioni di euro (una morte bianca “costa” 500mila euro), a patto che l’azienda non abbia implicazioni mafiose e che rispetti, almeno per sommi capi, la 626.
Lo dice Paolo Vinci, un avvocato di Milano esperto di infortuni sul lavoro, che dall’inizio della sua attività ha seguito diverse centinaia di cause in materia. “Oggi la legislazione italiana sulle morti bianche è molto meno transigente che in passato” spiega il legale. “Sto assistendo il titolare di un’azienda pugliese in regola con la 626 e il suo responsabile del Piano operativo sicurezza, in un procedimento di responsabilità penale per la morte di un dipendente che mentre guidava una gru, ha toccato con il braccio metallico i fili dell’alta tensione. Il pm ha chiesto per entrambi la condanna a un anno e mezzo di reclusione perché non erano state messe in atto dettagliate misura di prevenzione e protezione a tutela dei lavoratori. Un caso quasi analogo, capitatomi qualche anno fa si era chiuso con il proscioglimento dell’azienda di fronte al Gip”.

L’attenzione pubblica degli ultimi anni ha messo in allerta i giudici e irrigidito la normativa. Secondo Vinci, neanche un millimetro in meno nella distanza tra un ponteggio e un altro, verrebbe oggi tollerato da un giudice, se ci scappa il morto. “Dubito”, dice poi riferendosi al caso Thyssen Krupp, “che nei fatti di Torino l’azienda sia stata negligente nell’applicazione della 626. Ma di fronte a una morte bianca, il giudice tende sempre a incolpare l’azienda”. Anche se nei fatti poi l’espiazione della pena viene mangiata metà dall’indulto e metà dalle garanzie assicuratrici. Vinci è noto anche per l’assistenza ai parenti delle vittime.

In un suo caso pendente, il dipendente di una società milanese è morto in un incidente stradale, mentre veniva trasportato con un pulmino aziendale sul posto di lavoro. Qui i capi di imputazione penale vanno al conducente (che è un altro operaio dell’azienda) mentre quelli civili alla società.

... da panorama.it




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